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IL CANONE DI MAAT E IL RETTANGOLO FARAONICO

SCOPERTA LA TAVOLOZZA MATEMATICA DI MAAT

ARTEMATICA

AUTORE VASILE DROJ UNIVERSOLOGO

Il Canone di Maat   Sull’Egitto Vasile Droj scrive da una vita dimostrando che tutto quello che fu ideato, plasmato e costruito nell’antico paese fu rigorosamente quantificato e codificato secondo la ratio di un supremo ordine universale oggi dimenticato. Già da molto tempo il concetto e la realtà dell’Ideogramma dei geroglifici avrebbe dovuto farci pensare. Nell’antico paese del Nilo non c’è pietra o costruzione che non abbia il sigillo di Maat la dea dell’Ordine cosmico (Fig. 1). Persino il dio supremo Ra nulla poteva fare senza il suo aiuto. Qualcosa di straordinario giace ancora celato nelle rovine millenarie disperse sulle rive del Nilo, qualcosa di cui il mondo moderno non riesce neanche immaginare. Soltanto un nuovo Champollion e una nuova “stelle di Rosetta” ci potrebbe aiutare a sollevare il vello. Le chiavi dell’Ordine sacro dell’Universo sono nascoste, ancora là, dove la “misura di tutte le misure”, il Raggio segreto di Ra, illumina la Ragione. E non sono espressioni poetiche ma la coerenza MATeMATica che la stessa dea MAAT incarna ossia una “sistema di quantificazione dell’Universomatematico-geometrico-semantico nascosto agli albori della civiltà nelle remote costruzioni egizie e di altri popoli. L’universologo Vasile Droj scoprì lo straordinario “sistema di quantificazione” più di trenta anni fa.

   I CODICI DI MAAT

   Nella mitologia e cosmogonia egizia ci sono gloriosi Dei tra cui i primi nove della classe compongono l’Enneade, però qualunque grandi e primordiali essi fossero dovevano sottomettersi all’Ordine di Maat. L’Universo intero segue quest’Ordine e ci si chiede perché? La risposta a questa domanda lo ebbe Vasile Droj agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso quando svelò la triplice chiave: semantico-geometrico-numerica. Grazie al “codice linguistico ancestral universale” (lato semantico) la risposta diventava illuminante; il segreto essenziale stava niente meno che nel nome della dea MAAT, alludendo esplicitamente alla MATeMATica. Non solo ma la doppia presenza della radice “Mat” in Matematica gli conferiva autorità indiscutibile poiché l’espressione “mat é mat” è sinonimo d'innopinabilità. E così l’ordine di Maat si rivellò come l’Ordine Matematico dell’Universo. Il nome (gr. Onoma), di una persona tanto più degli Dei in generale, è importante poiché noma in greco si traduce come legge.

Il canone di Maat   La radice “Mat” è interessantissima poiché sta alla costruzione delle parole matematicos, mathesis, mathema (disciplina, scienza). Da qui poi deriva il METODO (Meta hodos gr. vuol dire Grande Via). Bene bene ma qual metodo? La risposta è diligentemente codificata all’interno della triplice formula: META - METTA - META’ ossia: Grande – Scopo – Metà (1/2). Più un Metodo è grande più segue uno scopo e usa una misura (metà = divisione) diventando sempre più efficiente. Così anche l’Ordine di Maat, poiché implica uno scopo evolutivo evocando la giustizia divina. Il simbolo della Giustizia è la bilancia (1/2), lo strumento con quale la dea Maat giudica le anime dei defunti.

   La radice di Maat si combina con quella di Ra o Re (Ripetizione) dando la straordinaria combinazione “MTR”, algoritmo operativo per: MATER, MATRIX, MATERIA, MOTORE, METRO, METRIZZAZIONE etc. Questi sono i mattoni essenziali di Maat che sorreggono la Realtà imponendo l’Ordine appunto detta “di Maat”. Tutta quest’Alchimia semantica, numerica, geometrica cioè matematica, si sviluppò nell’antico Egitto il cui nome originario era non a caso, Kemet. Data l’importanza dell’Ordine di Maat il nome Kemet era per forza Kamat ossia il “Ka di Maat”. L’Egitto (Kemet) era il luogo dove si sperimentava il Ka di Maat ed era considerato la cima della terra (cimaterra = collina primordiale, piramide, obelischi) ma anche il cimitero delle anime, Duat.

   La scienza che permetteva combinare tutte queste straordinarie conoscenze era l’Alchimia ossia il “come combinare” o “kemetizzare” (vedi Graal). La radice chim in Chimia viene da combinare combinazione ma specialmente “come combinare”, mentre il prefisso “Al” verrebbe da holos (tutto) e Helios (Sole). “El” è presente anche nei nomi degli Dei ebraici, nei suffissi come il nome Elohim e Alla in Islam. Ovvio che a questo punto la matematica diventa Algebra.

   ARTEMATICA, LA GEOMETRIA DIVINA DI MAAT

   L’Ordine di Maat non era soltanto semantico ma specialmente geometrico poiché le leggi stesse si fondano su principi geometrici tra cui in primis quello del’Ortogonalità. Il Principio di base ORTHO (giusto, retto) costitue l’Asse su quale tutte le leggi nate dal Principio Originario si assemblano in un Sistema Unico. Ai primi esseri o almeno a quelli più evoluti di quei tempi interessava soltanto questo. Poi la decadenza fece che l’uomo si orientò più verso gli artefatti fatti dai sui arti e così apparse l’Arte. L’Arte primigenia fu “artematica” ossia “arte matematizzata” poiché in un opera compiuta, ogni suo tracciato doveva esprimere qualcosa di logico, un rapporto, un messaggio, un equazione etc.

Il canone di Maat   Con il passare del tempo l’Ordine di Maat fu dimenticato, perpetuandosi soltanto nei prodotti di alto valore simbolico. Oggi proprio grazie a questi “prodotti artematici” riusciamo ripescare i valori nascosti. Gli egizi furono i più grandi “artematici”, ma con il tempo la loro scienza si perse essendo riscoperta e sperimentata appena nel Rinascimento da Leonardo Da Vinci, l’ultimo atematico.  In maniera minore l’operato fu continuato qua e là da qualche alchimista medioevale. Oggi la vera Artematica è completamente scomparsa o si confonde con la geometria sacra e le speculazioni a squadra e compasso massonici. Però, l’Artematica delle Origini che sboccia addirittura nella primigenia Orthomatica, oggi si trova soltanto nella Scienza Universologica. La sua riscoperta e nuova formulazione essendo fatta dall’universologo Vasile Droj.

   Ed ecco ora un applicazione artematica effettuata direttamente su reperti antichissimi quando nell’Egitto regnava ancora l’Ordine di Maat. L’oggetto in causa è niente meno che l’immagine dipinta della capostipite dell’ordine degli Dei, appunto la stessa dea Maat che tiene nelle mani uno scettro e la croce Ankh (Fig. 2). In questa immagine milioni di persone in migliaia di anni non videro niente di interessante malgrado fu codificata tutta la storia d’Egitto.

   Nell’immagine, se si delimita il corpo della dea con delle linee rettangolari tra lo scettro verticale e l'altro braccio con la croce Ankh e poi in alto fino alla punta della pena sulla testa, si ottiene un rettangolo nel quale la lunghezza della base è contenuta esattamente tre volte nell’altezza. In altre parole il rettangolo è formato da tre quadrati uguali. Interessante il fatto che l’altezza del primo quadrato basale è ben delimitata dalla linea orizzontale espressa dalla croce Ankh, il secondo dal braccialetto mentre il terzo dalla punta della piuma sulla testa. Questa é soltanto la prima relazione di una serie strabiliante.

   IL RETTANGOLO AUREO FARAONICO

   L’appello incessante e ossessivo all’ortogonalità da parte degli antichi egizi era richiesto dall’architettura che per forza è gemellata con la geometria e la matematica. Gli egizi consideravano il quadrato, la figura perfetta poiché circoscriveva il cerchio e con esso il triangolo equilaterale, quadrato dal quale il mondo cominciava a ordinarsi in infiniti rettangoli variabili. Il primo passo logico da eseguire non poteva essere altro che l’uso della sua diagonale attraverso la “dinamizzazione” della stessa. Si procedeva così: la diagonale di un quadrato era alzata in verticale generando l’inizio di un rettangolo. La nuova diagonale alzata in verticale formava un altro rettangolo, e così all’infinito, generandosi innumerevoli rettangoli del tutto speciali. Erano i famosi “rettangoli aurei” o ”faraonici” i gradini della Scala che esprimevano l’Ordine di Maat.

Il rettangolo aureo   Gli egizi decisero che il rispettivo “principio aureo” fosse iscritto geometricamente nel corpo “Ka” di Maat. Si creò perciò un’apposita iconografia pittografica, dove il corpo della dea doveva rappresentare la rispettiva relazione matematico geometrica. Il bastone verticale che la dea tiene nella mano serviva delimitare il rettangolo chiamato poi rettangolo egizio, dinamico o faraonico. Nella (Fig. 3) l’altezza del bastone crea un rettangolo. Su questo “rettangolo aureo” si fonderà tutta la cultura nilotica e le sue costruzioni “dinamiche”. Tracce esplicite dell’uso del rettangolo aureo o dinamico ci sono tante ma nessuno le ha scoperte finora come per esempio quella della (Fig. 4) dove gli operai misurano un blocco di pietra che incorpora un perfetto rettangolo “dinamizzato”. Non solo ma accanto al blocco di pietra é appoggiato lo strumento di misura collocato nella giusta proporzione. Basta tracciare una linea orizzontale dalla sua punta che subito apparve un quadrato che con la sua diagonale creerà il rettangolo aureo faraonico.

   Ora ci si chiede perché lo strumento appoggiato non riproduce i normali 45°  esistenti tra il cateto e la diagonale di un quadrato ma ben 52° - 53°? Primo, perché vuole suggerire il parallelismo tra la bara obliqua dello strumento e la diagonale del rettangolo di pietra. Secondo: quei 53° nasconderebbero il gran segreto della piramide di Keops e Kefren (Fig. 5). In fine la lettera “K”, come forma grafica, riproduce lo strumento appoggiatoal blocco di pietra suggerendo la tecnica segreta: la super “TeKnika dei tre corpi Ka che assemblati generano la Kabalakh (Ka-Ba-Akh).Nell’Oriente il principio “K” si svilupperà come la legge di Karma mentre nel Cristianesimo formerà il monogramma “Kristo” di Cristo, preceduta migliaia di anni fa in India, da Krishna. Tutti i rispettivi modelli e insegnamenti furono seguiti rigorosamente dalla formula vincente NIKA (VINKERE vincere), quella di  immortalare la Legge LeX, l’Essenza (Esentia = essere in “T”) nel Ka o nel Corpo. In fine immortalare il ricordo in pietra gr. Kifa  (la piramide) e poi crogiolare tutto in Capo, Cheope ossia “in Kepfalos”, (in Capo, Testa). La precisa procedura matematica della Costruzione e della Resurrezione furono delegate all’Ordine di Maat. Questo, però è un discorso più complesso che soltanto la scienza universologica e un universologo in carne e ed ossa possono spiegare.

Il rettangolo aureo   Nell’antico Egitto il Rettangolo aureo faraonico che esprime l’Ordine matematico di Maat era onnipresente, la sua presenza fu attestata già nelle epoche pre dinastiche come risale dai vari sigilli “seker(Fig. 6). Nella figura è ben visibile il rettangolo faraonico di secondo grado con il suo quadrato di base in rosso ben marcato dall’altezza delle tre torri. La sua diagonale creerà un primo rettangolo la cui diagonale formerà il rettangolo definitivo su cui appoggia il falco Horus. Incredibile ma in questo seker traspare  la tecnica di “dinamizzazione rettangolare” espressa dall’arco descritto della coda del serpente. Non solo ma il dosso arcuato del serpente delimita l’altezza del rettangolo di primo grado mentre la testa alzata del serpente indica il passaggio successivo verso il seguente rettangolo di secondo grado. In più la lunghezza del falco dalla testa a coda é la stessa della diagonale del secondo grado (bianca) o l’altezza del rettangolo definitivo incluso le giare del falco.

   SPETTACOLARI COMBINAZIONI DI MAAT 

Il rettangolo aureo   La struttura e la funzione dell’Essere, del Mondo e dell’Universo è complessa e per esprimersi deve combinarsi e connettersi per incorporare molte valenze dell’Ordine Universale. Perciò l’icona (il canone) della dea Maat fu concepita a poter combinarsi con le sue copie. In poche parole le connessioni logiche non si limitano all’interno del proprio disegno dell’icona ma si continuano anche al suo esterno combinandosi in costruzioni logiche complesse. L’uso combinatorio delle copie di statuine  e immagini per ricomporre il puzzle finale fu utilizzato mille anni prima dalla costruzione della piramide di Cheope, vedi il Pensatore di Hamangia.  I principi combinatori sono ben espressi nella scienza “Artematica”.

   Nella (Fig. 7) due icone della dea Maat messe spala a spala formano un rettangolo che sembrerebbe uno qualunque ma a sorpresa si rivela un perfetto rettangolo aureo. Le linee orizzontali che partono dall’estremità superiore ed inferiore degli scettri formano un quadrato la cui diagonale “dinamizzata” (alzata in piedi) genera un perfetto Rettangolo aureo faraonico. Questo quadrato con la testa della dea fuori, in volume esprime il cubo, spesso presente nelle statue dei faraoni “inscatolati” con la testa fuori. L’inscatolamento (sKatola) (romeno cutie) ossia la deposizione del corpo Ka nella cavità (Ka-vita), la camera dei cateti, scaturiva dalla speranza che le virtù indistruttibili della geometria divina potevano preservare il corpo del defunto fino al momento della Resurrezione.

   Se oggi la scienza è capace di clonare elementi del codice genetico riproducendo organismi che vissero milioni di anni fa perché gli egizi di appena tre mila anni fa non potevano credere che in un tempo futuro la conoscenza sia essa anche umana avesse risorto il loro corpo anche da una sola cellula. Per questo essi preservavano il loro corpo, appunto per non perdere il codice genetico del loro Ka.

   Vasile Droj l’autore della scoperta intuì il gioco combinatorio delle due icone di Maat grazie al prolungamento lineare delle due strisce di color Il canone di Maatrosso sulla testa della dea. Uno cadeva nel angolo sinistro basso del rettangolo singolo mentre il prolungamento di quello destro usciva fuori. L’unica risposta per trovare dove arrivava la linea era accoppiare spala a spala un altro rettangolo. E infatti, esso cadeva perfettamente nell’angolo basso destra del secondo rettangolo (icona) attaccato, provando così la ragione dell’accoppiamento espressamente voluto per generare il grande Rettangolo. Sono delle sottilità che gli egizi usavano spesso arrivando a un grado di complessità impressionante. Basta vedere la ragnatela logica di proiezioni della (Fig. 8) dove il prolungamento in del fusto della penna arriva nell’angolo basso sinistro, mentre il prolungamento verticale della stessa pena  scende toccando il sedere della dea poi il suo pollice, frizzando milimetricamente la bara orizzontale della croce Ankh. Nella stessa logica il prolungamento della linea verticale dei capelli che parte dalla base della penna prolungandosi sotto orecchio, scende scivolando sulla linea delle caviglie mentre l’atro lato sempre verticale scende toccando il tallone del piede. Persino la linea del naso non è casuale ma fatta appositamente, poiché prolungandola tocchi la punta del pollice che tiene il scettro. In fine le due bretelle di color marrone che tengono la gonna della dea seguono le stesse ragioni. Quella frontale tocca prima il tallone e poi l’angolo basso destro del rettangolo aureo mentre quella posteriore arriva nell’alluce del piede destro (il primo) e poi nel alluce del piede sinistro. In fine uno strano e perfetto angolo di 90° (giallo) si forma tra la punta basale dello scettro, la punta orizzontale della croce Ankh e la parte superiore dello stesso scettro.

   E’ impressionante costatare quante relazioni matematico geometriche sono condensate in uno spazio così ristretto, un intero continente sommerso di conoscenze che l’egittologia attuale ne anche immagina. Questa è l’ArteMatica, l’arte matematizzata che esprime l’Ordine di Maat. La complessità delle relazioni, decine e decine di linee che si sovrappongono fa impossibile distinguerli se non sono tracciate in colori diverse. Sarebbe queste il motivo per quale gli affreschi e i dipinti egizi furono così fortemente colorati? Non solo ma le proiezioni lineari “rette” sono infinitamente più abbondanti di quelle circolari. Dalla bontà del dio Ra (il Cerchio, Disco solare) gli antichi egizi hanno apprezzato più i suoi raggi lineari che le sinuosità circolari. Questo genere di proiezioni sono ben espresse nel libro di Vasile Droj “Il Codice di Pensiero Ancestral Universale” – “Arcana delle Piramidi” Edizioni Universologia.

Il canone di Maat   IL CANONE DI MAAT - LA TAVOLOZZA DEGLI DEI

   Il triangolo il quadrato e il cerchio sono le figure platoniche fondamentali, la base della geometria e indirettamente dell’Universo. Dal quadrato puro attraverso le sue diagonali dinamizzate si creano un’infinità di forme rettangolari che per la loro ortogonalità sono affine alle leggi matematico geometriche e a quelle della Natura creando un ordine matematico che ai tempi degli egizi fu chiamato l’ordine di Maat. Per riprodurre il Principio quantizzante il rispettivo Rettangolo aureo fu immedesimato e “iconografato” come misura o “canone” nel corpo di Maat. Il Canone di Maat era una vera tavolozza magica che serviva agli dei per operare perfettamente. Ecco perche si diceva che gli dei non possono operare senza Maat, identificata della matematica. Gli Dei provenienti dalle stelle di Orione e ancor più lontano dallo Stellarium galattico erano tropo perfetti e irraggiungibili e perciò serviva un anello di giunzione con gli uomini che fu realizzato dagli Semidei come Hermes Trismegistos, Imhotep, Gli semidei insegnarono agli uomini l’arte di calcolare; l’Artematica e l’Astrosophya con la sua parte operativa l’Astromatica.

Ed infine tutto fu codificato nel grande Canone di Maat, nel suo simbolo, rappresentato da un rettangolo sul quale padroneggia la testa della dea Maat con la sua inconfondibile pena (Fig. 9).

   DALL'ARCHEOLOGIA ALLA LOGOARCHEOLOGIA

   Con il scorrere del tempo le realtà del passato finiscono sepolte dalle macerie e del polvere sotto metri e metri di terra e per portarle alla luce occorre scavare. L’archeologia per il tropo scavare stratigrafare, catalogare, inventariare, depositare, mille sovrintendenze, permessi, etc. è rimasta una scienza quasi immobile, dimenticando l’anima vivente, il perché delle cose scavate, il senso dell’esistenza di quelle vite, in una parola il Logos o la loro Ragione Il canone di Maatd’essere. Perciò è venuto il tempo di capire che volevano dire comunicare, trasmettere quei popoli, che genere di conoscenze. Questa sarebbe la “Logoarcheologia” una vera “Archeomatica” che dovrebbe trovare il sistema di pensiero antico e fare una nuova sintesi. Non è sufficiente apportare alla luce solare i reperti archeologici ma soprattutto apportarli alla luce intellettuale. Dopo le straordinarie rivelazioni di Maat sarebbe il tempo di spostare l’accento dai scavi verso l’interpretazione e la decodificazione dei reperti ossia passare dalla archeologia classica alla logoarcheologia o archeomatica.

   La scienza umana deve chiarire il mistero egizio, tassello del grande Puzzle o Progetto Planetario dove il Principio e l’Ordine di Maat è l’Ordo e l’Ortho dei greco latini, il grande LOGOS. Qualcosa di  misterioso giace ancora in Egitto, non soltanto nelle sue ciclopiche costruzioni o nella scienza dei morti, bensì un passaggio ad una metafisica sconvolgente e una suprema scienza della Razionalità. “Maat docet”.

7.01.2014

 

Vasile Droj
Fondatore Universologia

www.universology.com email vasidro@tiscali.it

 

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